venerdì, novembre 27, 2015

Silvio Bottegal - SCORCI DI CITTA' - Vol.1

Mercato di Treviso





RIVIERA GARIBALDI 




CORSO DEL POPOLO 

Ponte S.Martino

venerdì, novembre 06, 2015

Scapigliatura trevigiana



Mostre




  1. Venezia all'opera Bevilaqua la Masa Venezia
  2. Mostra d'arte trevigiana Teviso 1915
  3. Mostra d'arte trevigiana Teviso 1920
  4. Mostra regionale d'arte Teviso 1921
  5. III Mostra d'arte trevigiana Longo e Zoppelli Treviso 1922
  6. Galleria Ca' Pesaro Venezia 14' collettiva Venezia 1923
  7. IV Mostra d'arte trevigiana stabilimento Pietrobon Treviso 1923
  8. V Mostra d'arte trevigiana Tipografia Vianello Treviso 1924
  9. VI Mostra d'arte trevigiana Studio d'arte Delnieri Treviso 1925
  10. Mostra d'arte Fabiano, Bottegal, Cancian, Cacciapuoti Treviso 1928
  11. Palazzo delle esposizioni lido di Venezia 19' Collettiva Venezia 1928
  12. VIII Mostra d'arte trevigiana Tipografia Vianello Treviso 1929
  13. Palazzo delle esposizioni lido di Venezia 21' Collettiva Venezia 1931
  14. IX Mostra d'arte trevigiana Tipografia Vianello Treviso 1933
  15. X Mostra d'arte trevigiana Treviso 1935
  16. Personale Silvio Bottegal Belluno 1936
  17. Mostra d'arte permanente S.I. Fascista – G.Mazzotti Treviso 1940
  18. XI Mostra d'arte trevigiana Longo e Zoppelli Treviso 1942
  19. Mostra Silvio Bottegal presso albergo Cappello Belluno Belluno 1943
  20. Mostra di scultura e pittura al palazzo dei 300 –Commisso Treviso 1952
  21. Mostra provinciale d'arte contemporanea Treviso 1953
  22. II Mostra provinciale d'arte contemporanea Treviso 1954
  23. III Mostra provinciale d'arte contemporanea Treviso 1956
  24. Palazo Forti – Verona – Collettiva 27 artisti trevigiani Verona 1958
  25. Salon D'hiver Parigi 1960
  26. Personale Silvio Bottegal albergo Cappello di Belluno Belluno 1961
  27. Mostra personale Silvio Bottegal Belluno 1962
  28. Mostra di pittura e scultura di artisti provinciali viventi Belluno 1962
  29. Mostra concorso nazionale “La caccia” Auditorium Belluno 1963
  30. V Mostra provinciale d'arte contemporanea Treviso 1964
  31. Mostra opere autori contemporanei comprovinciali museo Belluno 1964/65
  32. Galleria Giraldo Treviso 1966
  33. Mostra di Silvio Bottegal Acquerelli e olii Belluno 1966
  34. Retrospettiva Silvio Bottegal Belluno 1969
  35. A. Madaro Artisti trevigiani del 900 editori associati Treviso 1970
  36. Silvio Bottegal Ca da Noal editrice Trevigiana Treviso 1971
  37. Artisti trevigiani della prima metà del 900 Bortolatto Treviso 1983
  38. Ottocento e novecento collezioni della cassamarca Goldin Treviso 1988
  39. Pittura a Treviso tra le due guerre Marco Goldin Conegliano 1990
  40. In cenacolo di Bepi Mazzotti Rossi, Martini, e gli altri Treviso 2001/02
  41. Mostra degli antiquari – Ca dei Carraresi Treviso 2004
  42. Mostra degli antiquari – Ca dei Carraresi - Treviso 2006
  43. Personale Mostra a Santa Caterina Treviso 2007
  44. In piazza in galleria Toè fra artisti e collezionisti Collettiva Treviso 2007
  45. Maestri trevigiani del 900 – La veneta Piazzetta collettiva Montebelluna 2008
  46. Omaggio a Silvio Bottegal Caffè galleria 2 pomi - Disegni Treviso 2009  

Tratto da "Lamon Profilo storico di una comunità di confine"


SILVIO BOTTEGAL - RECENSIONE GIOVANNI COMMISSO


Da tempo io prediligo i pittori contrariati dal destino, che non vendono i loro quadri a metri quadrati, che il grande pubblico ignora e che le gallerie d'arte non osano il rischio di sostenerli nel giro turbinoso degli affari: tramite l'arte.
Dopo aver trattato su un altro giornale di Juti Ravenna, pittore solitario tratto qui del pittore Silvio Bottegal. Egli pure è un artista solitario, vive solo nell'immensa compagnia della natura. Non ha la fortuna di certe schiere che per la loro giovinezza subito che presentano le loro opere combinate con scaltrezza su riverberi dei maggiori artisti contemporanei o su quelli dei grandi del passato, vengono acquistati e divulgati con affermazioni, che più che incoraggiare, uccidono le loro promesse. Da oltre vent'anni egli lavora e non è mai uscito nell'esporre oltre i confini della sua provincia. Conosce tutte le tendenze moderne, italiane e straniere, ma non ha mai voluto crederci e subirne l'influenza, sapendo come onesto e utile principio per l'artista sia credere solo in se stesso: nel proprio evolversi entro alla matrice del mondo. Incominciò con piccoli quadri, piccoli anche per ragioni di denaro, dove egli riversava la sua vibrante malinconia su viottoli pantanosi di campagna, tra aride e lucenti siepi d'inverno, e panorami della campagna veneta con cieli lontani sui monti sentiti come continenti di sogno, dove egli sa di non potere mai arrivare in viaggio, e binari di scali merci con vagoni fermi come in una sosta eterna e baracconi di fiera e carrozzoni di zingari, tutto un mondo ricercato con la guida della sua umiltà e della sua certezza di fare per tutta la sua vita parte con gli elementi più secondari, più abbondanti, più dimenticati. In questo suo primo periodo egli fa pensare per la tenacia delle pennellate, a certi pastori che soli sull'alto di un colle sorvegliano il gregge e intanto a colpi di roncola intagliano il proprio bastone ricavandone nel manico o una testa di pecora o una serpe. Su minute, calcolate, misurate pennellate che si compongono nella breve dimensione in un racchiuso frammento di vita accordata alla sua anima malinconica. Malinconica la sua anima, trova, come quella del grande desolato filosofo, i suoi momenti di lieta danza nel suono del flauto. Qui egli si fa in un bosco di fantasia fauno abbandonato dalle ninfe e con la sua zampogna invoca alla terra un sollievo nella sua solitudine. E la musica lo rapisce nella sua sola gioia. Trova in questi esercizi musicali la sua danza, ma non aderisce portandone il senso nella sua forma di espressione che è la pittura. Ne è seguito un altro periodo con colori più limpidi, e pennellate più distese, ma timoroso di essersi troppo concesso di libertà, nel suo cauto procedere, si tenne tra tenui grigi e pallidi verdi. E' di questo periodo il quadro Primavera, dove un asinello segna con la sua ombra al primo sole il verde rinascente di un prato, e l'asinello stesso è come l'ombra di un altro, lontano si rivelano alcune bianche case e i monti sono come terre emergenti dalle acque tra l'asinello e la lontananza vi è l'accordo di un campo giallo di ravizzoni con quello smeraldino del frumento, ma il segreto della primavera è tutto scoperto con un semplice soffio nell'ombra dell'asinello e nella timidezza de i colori e delle forme a farsi riconoscere al tenue sole. Recentemente egli ha preso a dipingere a l'acquerello e su dimensioni maggiori. Come coloro che hanno strettamente trattenuto i propri istinti e che si trovano nel corso della via a manifestare una sempre fiorente giovinezza, o come certi altri centenari che non hanno mai sorprendenti impeti di foglie o di frutta, egli dopo venti anni di costante minuta corrispondenza con la pittura ha ora improvviso questo nuovo virgulto scaturito dalla base del suo arido tronco, tutto vibrante di illuminate foglie. Paesaggi, ritratti, e fiori, con quella disinvoltura che si doveva prevedere dopo tanto esercizio di parsimonia sono gli argomenti dei suoi acquerelli. E quell'abbandonarsi del suo spirito nel suono del flauto egli ha saputo trasfonderlo in questo nuovo
genere di pittura. Qui il pennello danza lieto e quasi coraggioso come se ninfe fossero riapparse ai suoi occhi panici. Non sono che abbandoni di forma, la sua malinconia sorregge sempre il quadro al centro, sia esso un ritratto o un roseo mazzo di fiori, di fiori che gli appartengono solo nel breve tempo che li ritrae, perché non sono del suo giardino, ne gli sono stati regalati, ma solo li ha avuti in prestito dal fioraio, non potendo comperarseli.
Giovanni Comisso


Tratto dal libro “ Silvio Bottegal – pittore e poeta” edito dalla tipografia “ Editrice Trevigiana “ Treviso 2 giugno 1971 in occasione della mostra presso Ca da Noal – Treviso pp. 18 - 20

SILVIO BOTTEGAL - RECENSIONE TINA MERLIN - L'UNITA' 1966


Da anni Silvio Bottegal non si faceva vivo, non mostrava le sue cose tanto ammirate un tempo dai suoi estimatori. Ma valeva la pena di aspettare tanto per gustare, ora, le stupende composizioni che questo artista bellunese ci offre. E' quasi una riscoperta di Bottegal e, per moltissimi, è una scoperta intera, nuova; la conoscenza di un pittore che ha occhi per guardare, cuore per capire, intelligenza e sensibilità per trasfondere la poesia della natura com'è, con i suoi colori reali e non inventati nelle opere sue; con "l'umanità" di essa, delle cose piccole - che molti ormai trascurano di vedere in questa società meccanizzata dei consumi - ma che esistono, con tanta bellezza che inebria i sensi. Quando si è detto questo delle opere di Bottegal, in fondo si è detto tutto. Ma non si è detto niente se non le si va a vedere. Certi suoi paesaggi trevigiani e bellunesi, vie, case, alberi, tramonti sono trattati da maestro dell'acquerello quale egli è sulla scia di un sentimento che denota la passione umana dell'artista per i luoghi amati. Non è l'occasione soltanto che fa di un acquerello di Bottegal un'opera d'arte, è la passione di un uomo, l'amore che egli nutre verso l'ambiente in cui vive, la spontaneità della sua anima poetica, che in fondo sono i suoi orgogliosi segreti custoditi con pudica modestia, a farlo uno degli artisti più validi - nel campo dell'acquerello – dei nostri tempi. Questo è L'artista.
All'uomo Bottegal bisogna muovere alcune critiche. Bottegal sa di valere ma non si cura di farsi valere, nel senso di farsi maggiormente conoscere da una cerchia più vasta di umanità, "dall'ambiente" artistico senza il quale il pittore, anche se bravo, non è considerato perché non è conosciuto. Ciò fa parte anche della sua natura schiva e, forse, del troppo attaccamento che nutre verso le sue opere, delle quali è quasi geloso. Ciò fa parte di un provincialismo della cultura, nel modo sbagliato che altri bravissimi pittori bellunesi hanno nell'intendere i valori e il contributo che spesso la provincia può portare ad una concezione nazionale di essa. Bottegal non si muove da Belluno e poco, pochissimo si è mosso per il passato, tanto che il suo nome e le sue opere sono semisconosciute. Per quanto gli si dica che tutto ciò non è giusto, non è la maniera più valida di essere un uomo culturalmente impegnato. Bottegal da questo orecchio non ci sente. Ed è profondamente sbagliato. Perché certi valori sono universali e compie un attentato contro di essi chi non si prodiga perché l'umanità non si sappia sempre più comprendere ed apprezzare, divenendo per ciò stesso migliore. Non è questo un augurio che formuliamo a Silvio Bottegal, a questo artista "che sembra niente" ma che ha dentro di sé una grandissima ricchezza di sentimenti. E' quasi la via del dovere che gli indichiamo e ai suoi estimatori l'invito ad aiutarlo per far conoscere ad altri la sua meravigliosa pittura.

Tina Merlin


Tratto dal libro “ Silvio Bottegal – pittore e poeta” edito dalla tipografia “ Editrice Trevigiana “ Treviso 2 giugno 1971 in occasione della mostra presso Ca da Noal – Treviso pg.42

SILVIO BOTTEGAL - Giuseppe Bottegal


Io sono il nipote e parlare di mio zio e come sfogliare un vecchio libro di memorie "offuscate dalla ruggine del tempo" (come lui soleva dire nelle sue innumerevoli licenze poetiche che io ripeterò di tanto in tanto, chiedendo venia a priori). Ricordare le nostre origini, non spiegherebbe questa strana vena artistica che si trasmette di generazione in generazione.
Il padre Antonio, originario di Lamon o dintorni, scappò di casa a otto anni e girovagando per il mondo riusci a sollevare le miserande condizioni della sua famiglia. Lentamente questo istinto nomade, per inclinazione o per forza di appetito o per inserimento nel mondo di allora, consolidò in quest'uomo tutto di un pezzo il bisogno di crearsi una famiglia. Cosi a trent'anni circa si innamorò di Anna Prezioso, (scusate: nobile Prezioso); una fanciulla cosi piccola rispetto a quell'anione di oltre un metro e ottanta che, uno accanto all'altra, sembravano l'antitesi personificata. Dolce, gentile, poetica e sensibile lei, quanto rude e concreto lui. Per inciso dirò, come raccontò la nonna Annetta, il loro viaggio nuziale. Allora non si usavano grandi viaggi di nozze ma neanche brevi, esclusi naturalmente i grandi signori; il loro primo viaggio fu il trasferimento da una città all'altra con il carro ricolmo di merci (saremo pressapoco nel 1890). In aperta campagna si ruppe un asse del carro sparpagliando il carico sulla strada (a quei tempi non esistevano problemi di ingorghi al traffico! ). Assieme all'aiutante, mio nonno decise allora di recarsi al più vicino paese per aggiustare l'asse rotto, ma non trovando nessuno del mestiere, pensarono di brindare lautamente e a notte fonda tornarono visibilmente euforici dall'intirizzita e spaurita sposina. Ho descritto questo aneddoto per spiegare il carattere del montanaro temprato a tutte le disavventure, certamente ambizioso di unire la sua vita a quella della nobile romantica mia nonna. La loro unione non poteva che partorire figli uno diverso dall'altro: Angelo, frutto del primo incontro amoroso, di una bellezza eccezionale al punto che i sarti di allora se lo contendevano per fargli indossare i loro vestiti; purtroppo, come la sua pienezza e bellezza di vita fu completa, altrettanto fu breve.
Nacque poi Silvio, artista fin dall'infanzia, il prediletto della mamma Annetta. Poi venne Mario, il commerciante nato, scomparso da poco tempo all'età di settantatre anni: dietro la sua maschera inflessibile ad ogni compromesso che non fosse di carattere commerciale, vibrava l'animo sensibile di un uomo che gioiva all'attaccamento dei suoi parenti, gloriandosi di essere l'indiscusso riconosciuto maestro di tutti noi. Per ultimo arrivò mio padre, Adriano: uomo di bontà incommensurabile, alieno al commercio, incline alla conversazione semplice, al buon calice, alla semplicità di lunghe passeggiate in campagna con la bicicletta. Anche mio padre, a 52 anni, fini la sua permanenza in "questa piccola fiera e poi si va via" (licenza poetica non di mio zio, ma di mio nonno). Questa introduzione è indispensabile a spiegare l'ambiente in cui scaturì l'estro poetico e pittorico di mio zio Silvio. Silvio caro, probabilmente io non sono stato il tuo nipote prediletto perché so il bene che tu portavi a mio fratello Guido: poeta ucciso dalla lotta fratricida dopo tormentate vicissitudini, ma ti assicuro che tutto quanto ho potuto fare per tè l'ho fatto. Ora sono qua che volutamente furteggio le ore di sonno per cercare con la mente quanto ho potuto di tè sapere ed apprendere. Si, dico apprendere, perché se pur il tuo disinteresse per il profitto è stato l'antitesi del commercio, è ora mio dovere trasformare quanto hai lasciato, in forma benefica affinchè coloro che verranno, ricordino Silvio Bottegal, artista giovane e disinteressato fino alla morte.
E' di poco tempo la tua scomparsa, anzi mi sembra ieri, perché l'espressione artistica tua mi conforta e mi accompagna aiutandomi a vincere le avversità di una vita acquisita " inabissandomi nei futili guadagni ” Mi è presente la tua volontà nel triste letto della tua fine, di raccomandarmi i pochi soldi racimolati per la tua malattia conclusiva. Dianzi mi dicevi l'assurdità delle tue sofferenze per cosi poca cosa e ti ripromettevi di farti operare anche un cronico nodo al piede: ma purtroppo, caro Silvio, come hai visto è poca cosa il momentaneo benessere se poi le membra sono arrugginite da
lunghi stenti, dolori e sacrifici. Sacrifici si, perché di tutto ti privasti nella vita per il tuo fiero carattere di indipendenza da chiunque, anche dai tuoi ammiratori, ma soprattutto da coloro che di tè e della tua arte volevano trarre fonte di facili guadagni. A proposito, ripenso il giorno che trovai da venderti due quadri e volevi sapere ad ogni costo il nome dell'acquirente certo per rivedere le opere che amavi come tue creature o forse, come altre volte hai fatto, per chiederne il riacquisto.
Caro Silvio, se la tua vita è stata un sacrificio, ti è stata ricompensata dalla
coscienza del valore della tua produzione pittorica e letteraria, che hai offerto per tutta la vita a coloro che hanno saputo e sanno comprenderti. Ti ripetevo fino alla nausea che non ti volevo vestito "distrattamente", anzi più svestito che vestito: ma il tuo testimoniava un carattere, mentre il mio era forse, come tu dicevi, un "carcere borghese" e di questo oggi sono convinto perché il vestito, i tuoi
enormi sandali, la tua bicicletta con le ruote di legno (più elastiche, più morbide, dicevi) erano cose poste al tuo esclusivo servizio, non tu soggetto ad esse!
Veramente ad una analisi nel tempo devo riconoscere la tua coerenza ad ogni costo: anche quando i partigiani ti bastonarono a sangue o ti uccisero Guido in cui avresti cosi amato impersonificare una continuità della tua arte.
Ho raccolto ora i tuoi quadri rimasti in nostro possesso e mi commuove la possibilità di dare alle stampe parte della tua biografia artistica e mostrare presto a Casa Da Noal il diritto che hai acquisito al rispetto dei posteri. Mentre scrivo mi sembra di conversare con tè e nel rivedere le tue opere ritrovo la tua metamorfosi artistica: eri pittore nato, mi piace rivedere il tuo disegno campestre che potrebbe essere dignitosa copertina di una "sesta di Beethoven" da tè tanto amata: come hai potuto cosi ben dipingere la casa di Lamon (di cui, ti assicuro, farò tesoro), le tue nature morte (ma direi non troppo, data la vitalità della loro composizione) gli sfondi che certo apprendesti da maestri del tuo tempo. Ma venne anche per tè la guerra '15-18 che fra le altre cose ti portò, data la tua preparazione musicale, ad essere assunto nella banda con il tuo flauto che ancor oggi gelosamente conservo. Se la vita non ti ha dato figli o mogli stabili, ti ha ripagato con il possesso di tutte le arti più belle: la pittura, la musica e la poesia. La riproduzione di alcuni tuoi quadri e delle tue poesie, unite alle commosse parole dei tuoi amici ed ammiratori, ai giudizi dei critici e ad alcune poesie e racconti del caro Guido danno materia e vita a questo libro dedicato alla tua memoria.
La conquista del colore si personalizza nell'arte difficile dell'acquarello, cosi ben descritta da Enrico Somaré: "Tra il disegno e il dipinto sta l'acquarello e tra il disegnare e il dipingere l'acquarellare, che e quasi un modo di disegnare cromaticamente e di dipingere disegnativamente. La pianta dell'arte produce questo fiore raramente. Anche l'albero di Cézanne dopo i molti frutti pesanti che aveva dato volle tentare di produrlo, ma gli acquarelli cézanniani non hanno ne il profumo ne l'allegrezza di una fioritura: le fibre che li innervano e gli umori che li percorrono sono discontinui; la continuità dell'espressione costituisce il pregio di questo primaverile prodigio". Forse nessuno, o pochi, hanno mai visto o sfogliato i tuoi quaderni di appunti, di studi di volti rudi o gentili, abbozzati con forte espressività; alcuni li hai trasferiti nel quadro o nel più
arduo acquarello, componendo un albo di personaggi caratteristici che tu forse ricercavi negli ambienti, nei luoghi più impensati: facce di dementi, di operai, di contadini, di persone che ti hanno amato o aiutato, come il tuo amico di Adria al quale dedicasti uno dei tuoi bei quadri:"L'alluvione ".
Oppure convegni di persone in osteria o in altro luogo con facce generalmente dure o sofferenti: probabile riflesso dei tuoi stati d'animo, quasi che la tua voluta solitudine fosse procreatrice silenziosa delle tue opere. Caro Silvio, mi sei ancora presente nei giorni delle tue amare vicissitudini: quando ti rifugiasti nella tua soffitta dove il proprietario ti permetteva di dimostrare, dopo aver sacrificato parte della tua casa, venduto o regalato i pochi mobili di inutile ingombro, ma ciò che ti rimaneva era il tuo regno: il comò, l'armadio, due tavoli e i tuoi quadri. D 'estate ricordo che per addormentarti acquistavi una stecca di ghiaccio che accostavi al letto nell'illusione di sminuire la temperatura torrida della soffitta. Al contrario, quando arrivava il freddo, ti accontentavi del tepore della fumogena stufa che accoppiavi ai 10 cm. quadrati del fornello elettrico. Finché venne il giorno che ti trasferisti alla casa di riposo di Cavarzano in Belluno, dove ti venne assegnata una stanzetta tutta tua. Potesti cosi, nei tardi anni, consumare pasti regolari, avere un medico giornaliero (altra tua passione i medici) ritrovare la tranquillità. Nei pochi quadri che producesti si delinea il distacco dalle classiche forme o colori per la scelta tranquilla di toni tenui, coerenti nelle tinte del ciclo soffuso di gradevole ma movimentata luce estiva.
Gli acquarelli, ora liberati dalle forme convenzionali, cercavano motivi eterei, privi di forma, ma cosi trionfanti nel gelido trattamento dei grigi invernali, come i caldi riposati pastelli estivi par-
lavano finalmente un linguaggio diverso. Annullati i colori forti, libravano nello spazio luce soffusa nelle splendide note della tavolozza chiara. Avrei potuto scrivere molto di più ricordando i lunghi anni che mi fosti vicino o le epoche quando, troppo bambino, non potevo comprendere i tuoi stati d'animo, ma mi basta ricordare il tuo volto raggiante le poche volte che ti ho visto a Belluno. Con l'affetto del ricordo, ti pensa tuo nipote.



Giuseppe Bottegal

Paesaggio di donna


 Paesaggio di donna

Fra messi fluenti dorate
sorgenti scintillano di sguardo
Amorose colline muliebri
azzurri sentieri di vita
irrigano


Silvio Bottegal - opere I




MOSTRA D'ARTE PERMANENTE 1940



venerdì, ottobre 16, 2015

A. Malossi a Silvio Bottegal


Recensione - Giuseppe Mazzotti

Un altro vecchio artista trevigiano, che fu amico di Gino Rossi, di Giovanni Comisso, di Arturo Malossi, di Guido Cacciapuoti, di Valentino Canever, di Bepi Fabiano, di Sante Cancian, di Ciro Cristofoletti, di Sante Zanon, di Nando Coletti, dei fratelli Tommasini, oltre che degli artisti della successiva generazione, viene giustamente ricordato nella città in cui visse e operò per tanti anni. Silvio Bottegal, nato a Schio nel 1895, fu condotto ancora bambino a Treviso, dove i suoi genitori apersero negozi di ottica, prima al ponte di San Martino sul Sile, poi in "Croce di Via", quindi al Siletto, nella casa ad archi gotici che ha un lato sul canale e dove certo qualche anziano lo ricorda intento ad allestire le vetrine. I suoi genitori, di origine feltrina, dotati entrambi di un carattere piuttosto originale, abitavano fino agli ultimi anni in una casa di Piazza Ospedale, sopra il forno Bortolan. Nella soffitta di quella casa egli aveva il suo studio. Di temperamento schivo, tutto chiuso in se stesso, Bottegal sentiva la natura come sorgente di motivi poetici, che egli tentava di cogliere e di esprimere in ogni sua opera. Nella terra, negli aspetti dei campi arati, coltivati, verdi, biondeggianti di messi o aridi di stoppie, egli avvertiva ritmi e armoniose cadenze, che lo seducevano come rapporto musicale prima ancora di incantarlo come rapporti di forme e armonie di colore. Tutto preso da quelle cadenze e da quei ritmi. Bottegal si abbandonava a dipingere per far durare nel tempo la commozione che gli veniva dalla loro contemplazione. Ha cercato anche di tradurle in versi:

Ascesa, ondeggiato dorso
odore di sereno e cespugli
m'è riposata fatica salire.

Toni di vele, case
chiare nida dei campi
porgono tra l'ondante aria nuova
lavoro al desioso mosaico.

Tremuli odoran tepori di luce

... Tra sole, timide case sparse,
sentieri invitano accordi
all'ampio forte color di fatica.
Disteso vario silenzio.
Pianura sale all'orizzonte.

Questi versi manifestano i temi preferiti, soggetto, tono e carattere dei suoi quadri.
Bottegal pareva veramente sentire l'odore dell'aria, del cielo sereno, la pigra pesantezza delle grige nuvole. Come nel verso traduceva il silenzio disteso sulla pianura, cosi nel quadro fermava il tepore o la morbidezza dell'aria. In certi suoi paesaggi, dominati quasi sempre da un profondo senso di malinconia, si può avvertire non solo la leggerezza o la pesantezza dell'aria, ma il calore stesso della terra. Alcuni alberi nudi, lungo una strada di campagna, si mostrano rigidi nell'aria cruda dell'inverno. In un'altra opera, gli stessi alberi, ancora nudi, sono intiepiditi, come il fango, da un solicello di febbraio. La neve, cruda in un quadro, in un altro si mostra più pesante e molle, sensibile al tepore dell'aria. Soffusi vapori si alzano dalla terra a velare alberi e case. L'aria che avvolge la Porta di San Tommaso, è proprio l'aria dolce e umida di Treviso all'alba. Il sole arroventa i binari e i carri ferroviari dello "scalo merci" e si sente che i sassi, fra le traversine, scottano a toccarli. L'erba di un prato è bagnata, dopo un temporale, non per abile luccicare di pennellate: l'aria, infatti, è ancora umida, e dalla strada grigia si alza buon odore di polvere bagnata.
Noi sentiamo tutto questo nei paesaggi di Bottegal. Forse, più che pittura, l'opera sua può essere considerata la trascrizione di una sottile, malinconica vena poetica, una specie di "letteratura". In ogni caso si tratta di emozioni che hanno trovato valido mezzo di espressione in forme costantemente intese ad esprimerle. E spesso Bottegal vi riusciva, attraverso una tormentata ricerca.
Timido e tenace, sensibilissimo, egli amava la dolce campagna veneta, i canali, le case, ogni aspetto intimo e caro della nostra terra. La sua pittura mostra che egli voleva bene a tutte le cose buone e modeste. In questo suo mondo di sommessa umiltà, riuniva talvolta poveri oggetti per illuminarli di una luce affettuosa. Se nei paesaggi si avverte con maggior evidenza l'origine poetica dell'emozione, nelle pitture di gruppi d' oggetti, composti in giusto rapporto di volumi e di toni, si avverte maggiormente una emozione di origine musicale. Si può concludere affermando che la pittura di Bottegal trova la sua collocazione fra un'armonia di ordine poetico e una di ordine musicale. Che egli fosse particolarmente sensibile alla musica sanno d'altronde quanti lo sentirono suonare il flauto, strumento che gli consentiva di isolarsi in un mondo di suoni puri e gentili, a lui congeniali, come trilli di invisibili uccelli. La sua opera è la testimonianza di un originale temperamento d'artista; degna di essere considerata per la sua sincerità, per la sua immediatezza, per la sua fondamentale ingenuità, come una commovente dimostrazione di onestà artistica, espressione di una sensibilità delicata, ma viva e vigilante. Da anni Silvio Bottegal non si vedeva più a Treviso. Si era infatti ritirato a Belluno dove risiedono altri suoi familiari e dove ha chiuso la sua giornata terrena. Con lui è scomparso uno degli ultimi epigoni della pittura di paesaggio, intesa in termini tardo-romantici. Ultimamente le sue opere all'acquerello apparivano come visioni incerte, ma in realtà volutamente sfocate: case e paesaggi immersi in una atmosfera quasi di disfacimento. E' stata forse questa l'ultima espressione di un presentimento, l'accorata tristezza di un addio a un mondo d'altri tempi, con altri ideali, malinconico messaggio ai vecchi amici che lo ricordano e desiderano ricordarlo agli immemori.

Giuseppe Mazzotti

Tratto dal libro “ Silvio Bottegal – pittore e poeta” edito dalla tipografia “ Editrice Trevigiana “ Treviso 2 giugno 1971 in occasione della mostra presso Ca da Noal – Treviso pp. 14-15-16

Tende da mare spiaggia - Olio


Pittura a Treviso tra le due Guerre -